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San Marco Argentano - Polis

 

 

 

13 marzo 2014

 

Il PD acefalo e le sue anime

 

 

All’acronimo PD corrisponde la denominazione Partito Democratico. Un aggettivo, quest’ultimo, del quale ormai si appropriano tutti senza averlo mai analizzato profondamente sia nell’etimo che nel significato.

Aderire, pertanto, ad un partito che porta questa denominazione, comporta il possesso di una consapevolezza di fondo che rende l’eventuale adepto depositario di un tale carico di responsabilità sociali e culturali, da differenziarlo enormemente dagli iscritti ad altri partiti o ad altri gruppi, che non hanno nel proprio codice genetico il concetto di democrazia chiaramente espresso nel nome.

Scegliere di appartenere al Partito Democratico vuol dire, in pratica, assumere la democrazia come fondamento filosofico, comprenderne il senso profondo, accettarne le regole alle quali uniformare i propri comportamenti rendendoli coerenti alla denominazione.

Chi non se la sente di caratterizzare la propria immagine politica con i principi basilari della democrazia di nome e di fatto, ha un tale ventaglio di scelte nel panorama partitico italiano, per cui non sarà difficile trovare un partito o un partitino che gli calzi a pennello come un abito su misura. Intestardirsi a voler indossare un abito che non gli sta bene, sa tanto di maschera carnevalesca per tentare di sembrare ciò che non si è, prendendo in giro se stessi con la segreta intenzione di prendere in giro gli altri.

A meno che non vi siano delle ragioni nascoste che obblighino di apparire in una certa veste per finalità che nessuno intende conoscere, ma che non fanno certamente onore a chi sceglie percorsi di tale natura. Il mondo delle militanze a comando è ormai così vasto e così affollato da imporre continui e disinvolti sconfinamenti per garantire piccole e inutili sopravvivenze sulla cui dignità non vale nemmeno la pena di soffermarsi.

Sono queste le premesse che fanno dire di un partito, un qualsiasi partito, che ha più anime. Ma la causa è a monte. Dovremmo chiedere a ciascun iscritto con quale animo (o faremmo meglio a dire “anima”?) si è accostato a quel partito. Dovremmo sapere se è stato attratto (e, quindi, convinto) dalle caratteristiche socio-politico-filosofiche di quel partito o se vi è entrato con la speranza di adattarvisi in seguito o con il proposito di aggirarne le regole, travisandone il senso per utilizzarle a proprio uso e consumo.

Nella nostra città, gli esempi si sprecano. Le metamorfosi si susseguono una dietro l’altra a ritmo incalzante, contagiando i partiti, i gruppi, le correnti, le famiglie, gli amici degli amici, i capannelli di piazza. Sono immuni i tifosi delle squadre di calcio. Il tifo non si tradisce, le idee politiche, invece, lasciano il tempo che trovano!

Nel PD sanmarchese, le idee politiche latitano. Già nella scorsa tornata elettorale si fece una scelta politicamente suicida, abbracciando chi oggi qualcuno vorrebbe ancora riabbracciare. Termine era solo uno specchietto per le allodole. Come dire che le esperienze pregresse, purtroppo, non hanno lasciato traccia nella memoria di molti.

In questo contesto, Falbo ha lasciato la guida di un partito allo sbando. Un gommista direbbe che si tratta di un banale problema di “convergenza”. Che su un automobile si risolve in dieci minuti, ma in un partito necessita della sostituzione dell’intero avantreno.

Ora accade che l’organismo, privato dell’organo di governo, ovvero dello strumento di guida, si muove su quattro ruote indipendenti: ognuna va per una direzione casuale e non convergente, finendo per diventare la ruota di scorta di strutture ben organizzate e collaudate. Se va bene. Diversamente finirà in qualche burrone, dimenticata da Dio e dagli uomini. Poiché in politica, la ruota libera, che non conosce percorsi lineari, non ha mai tagliato traguardi importanti.

Da ciò si evince che conoscere la Storia, nelle sue molteplici sfaccettature, è utile solamente se la si prende anche in considerazione.

Fa male vedere un partito organizzato, erede di decenni di storia e di esperienze politiche, che della pluralità aveva fatto la ragione della propria nascita e della propria esistenza, sbriciolarsi sotto la levità di una contesa che, da quanto si legge nell’articolo de “l’Ora della Calabria”, si riduce nella decisione di allearsi con il nemico storico (i cosiddetti serriani) o con un nemico recente (Artusi, padre putativo di Alberto Termine).

Divergenze, a dir poco, deliranti. Anche alla luce delle vicende di cui si stanno rendendo protagonisti, ultimamente, gli uomini politici della nostra regione.

C’è da chiedersi meravigliati: cos’è che fa smarrire alla gente il senno e la razionalità? Com’è che si possono prendere in considerazione certe spinte esterne che hanno matrici storiche ben definite? Quale strana confusione logica può indurre taluni al suicidio politico?

Date risposte a queste domande legittime e spontanee.

A chi, per le ragioni più diverse, che non intendiamo analizzare né criticare in questa sede, volesse non condividere più il PD (Partito Democratico), suggeriamo di condividere almeno un acronimo identico: PD (una Politica Decente)!

Luigi Parrillo