VOLI

IN DIMENSIONE ALTRA

di Luigi Parrillo

 

Raccolta di liriche

c

 

 

 

 

 

 

(Diario di bordo in cerca di complicità)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PREMESSA

 

Ciascuno di noi è un frammento di umanità e anche quando scrive per raccontare se stesso non fa che prendere in esame, nel contesto di questo grande organismo, una singola cellula che per molti versi si muove in sinergia con tutto l’apparato, ma che, in fatto di pensiero, presenta caratteristiche dissimili da ogni altra.

È questa l’originalità di ciascuno, l’unicità dell’essere, l’impronta cerebrale che ci fa essere ciò che si è e non altro da sé.

Eppure, spesso, lo svelare se stessi tra metafore, similitudini, allegorie, ritmi e cadenze, induce chi dovesse leggerci - al di là del fatto estetico - ad immaginarsi con l’occhio incollato al buco della serratura e con il pensiero impegnato in una sorta di introiezione per cui, confondendo le unità di spazio e di tempo che caratterizzano il “racconto”, si traspone sulla “scena” diventando contemporaneamente attore e spettatore in una specie di “storia infinita” senza preludio e senza epilogo, insomma, dalle dimensioni indeterminate come una retta matematica.

Naturalmente, non è per questa finalità che si è indotti a scrivere. Produrre un componimento in prosa o in versi, per quanto ci riguarda, è semplicemente l’esigenza di riequilibrare una tensione interna, di mettere ordine in una “perturbatio animi” - per dirla con l’arpinate - attraverso un dialogo presunto, ideale, con il mondo circostante, il quale utilizza come intermediario talvolta il tratto grafico, talaltra l’immagine, altre volte il suono, più spesso il palcoscenico, lasciando al produttore del messaggio la scelta più consona o più aderente alle proprie fattezze.

Questa “conversazione” ideale con il consorzio umano, di cui si è parte integrante, gratifica l’urgenza di un ineludibile rapporto con i propri simili, instaura una sorta di complicità rasserenante che autorizza eventuali intemperanze, inevitabili sconfinamenti, acrobazie a rischio, salti di ottave, confidenze a limite dell’opportunità, sussurri maliziosi, e ancora gioie, timori, speranze, risentimenti, regressioni, rimorsi, rimpianti e quant’altro.

È l’anatomia dell’uomo comune impegnato in una sorta di confessione laica per la quale non chiede alcuna assoluzione. In fondo, ognuna delle mille appendici di questo “mostriciattolo” dialettico contenuto nel presente volume, troverà qualche contatto di adesione, spontanea o forzata, con un lettore in vena di confidenze con se stesso.

Nelle parole, nei loro suoni, nel loro desiderio di comunicare, nella successione obbligata dei loro elementi grafici, nell’architettura di ogni singolo componimento - che esula da formule precostituite – c’è spazio perché ognuno vi si inserisca come vuole e ne respiri più o meno profondamente le singole fragranze o il loro insieme. 

Le si può, beninteso, osservare a distanza o, semplicemente, levigarne la superficie con lo sguardo ed è anche questa una maniera originale di testimoniarne la presenza, obbedendo alle regole non scritte della nuova straripante religione che impone il culto del superficiale attraverso la quotidiana osservanza di una liturgia televisiva parossisticamente officiata da logorroici, quanto vacui, sacerdoti dell’ordine meneghino-statunitense.

A noi sembra che spennellare su una tela o dare forma alla materia bruta, costellare di segni un pentagramma o seminare parole in un campo cartaceo, sia testimonianza tangibile, e forse duratura, dell’essere stati custodi gelosi, oltre che non disattenti, di un segmento del tempo storico che si è respirato a pieni polmoni nello slancio vitale che nutre di energia materia e pensiero.

L’averne metabolizzato il fremito incontenibile ci ha determinati nei ruoli e nelle azioni, negli affetti e nei sentimenti, nella fede e nella politica (nel senso più elevato della parola), nei pensieri e nell’arte, nel lavoro e nelle ambizioni; e poi nel gusto, nella volontà, nelle pulsioni; e nelle vanità, nell’estetica, nei desideri, nell’insoddisfazione, nella voglia di vivere; e nell’amicizia, nella comprensione dell’altro, nel senso pieno dell’esistere con gli altri, tra gli altri.

L’AUTORE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SEZIONI

 

 

 

 

 

 

 

BREVIA

SEGMENTI

POLEIS

RIVERBERI

QUINTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sez.1  -  BREVIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul limitare d’altra soglia

 

      Eccomi rinfocolato sul limitare

d’altra soglia

ch’apre giardini di maturi bossi

austeri di duro verde

      Non rabbuffi di imprevedibili brezze

né piacevoli cespi

teneri di cedevole ondeggiare

m’accarezzano l’anima

     Oltre le siepi argèntano il meriggio

coriandoli di voci

tra brulichio di giovani colori

esplosi da impazienti armonie

di vita viva

     Una ne riconosco cara

e al filo di quella nota

furtivo appendo il mio pensiero

greve d’affetti e di timori

      Poi bevo il verde austero

riflesso nel rigagnolo

d’incauta lacrima impertinente

ed il mio passo affretto

sul lungo viale

scagliato oltre il presente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Tempo e la Solitudine

 

     Corro dietro ai tonfi del mio cuore

lungo il cerchio delle ore

ove s’affaccia il respiro del tempo

ad alitare sulla mia pelle

il soffio greve dei giorni

     Terrazze fiorite d’inesausti pensieri

traboccano profumi di parole

sull’autunno caldo delle brevi valli

ove disperdo le polveri

di che vivendo mi consumo

     Tracciano segni nel mio cielo

grossi uccelli da preda

remiganti sui misteri del futuro

da cui portano doni

     E il mio mantello

si colora di solitudine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Natività

 

     Sorpreso dal tuo nascere

mi lasciai sommergere di vita

     Aggrappato ai tuoi vagiti

annegai

naufrago

in un oceano di felicità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un sogno

 

L’aeroplanino di carta

a quadretti

dolcemente planò

per la finestra

nell’aria galleggiò

soave

farfalla di cellulosa

evasa dal mio quaderno

a copertina nera

ormai crisalide vuota

abbarbicata al filo

della mia infanzia

laggiù

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autunno

 

Un tremolio di foglie

sulle betulle

scrive parole autunnali

sulla bruma mattutina

della campagna

Voci ovattate di contadini

sollecitano voli di passeri

meno ciarlieri

tra frullio di piumaggio

color di zolle

Sole e terra

parlano di nuvole viaggianti

passeggeri frettolosi

assiepati e sospinti

tra vento e cielo

Spegne la natura

i colori delle sue gemme

e si scrolla di dosso

fruscianti spoglie

di bronzo leggero

Nella sua nudità

la terra innamora

feconda

il seminatore

mentre il cielo si sfalda

in lamine di luce

che riflettono vita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uomo

 

     Quando l’uomo respira eternità

si schiudono

i tentacoli del Tempo

per sublime impotenza

      Quando il pensiero coglie immensità

si svelano

gli spazi siderali

per immane finito

      Quando l’uomo ha pensieri

d’amore

racchiude Tempo e Spazio

in una vita   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il bambino di me

 

Adoro ancora i maghi

amo le fate

invidio i principi azzurri

ma più d’ogni altra cosa

amo il bambino di me

felice

dimenticato a giocare

nel giardino della memoria

col suo meccano di sogni irreali

su una montagna di draghi trafitti

e streghe sconfitte

con spade di buon legno antico

odoranti di resine

e del profumo delle mani

di mio padre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritratto

 

     Complice coppiere il riso

versa nei tuoi cristalli

frizzi d’argento

perle di gioventù

nelle tue mani snelle

dolci di grazia

      Ori profonde il sole

che in anfore di luce

sparge sui tuoi capelli

      Mentre al tuo canto

l’aria si profuma

tenue di te

      il mio cuore trabocca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La chiromante

 

La chiromante percorse

la mano del vecchio bracciante

e attraversò solchi arati

dal vomere del tempo

e guadò fiumi di lacrime

si ristorò all’ombra

dell’albero dell’amore

e al ritmo

della musica del cuore

danzò su prati verdi e grano maturo

e calpestò letti di foglie

fino alle pendici dei monti

ove scorrono i ghiacciai

In un cantuccio remoto

scorse spaurita e triste

la morte

e non la riconobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Padre

 

      Per lui mi si dissolse

la notte del non essere

      Doglia d’amato grembo

esploso a prima gioia

mi amò discreto

quasi in punta di piedi

e poi disparve

il respiro contratto nel tremore

delle membra stanche

      Nel mio dolore l’eco d’un nome

straziato dall’urlo di mia madre

poi in sua vece

il vuoto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Natale

 

      Fruttifica bagliori elettrici

l’abete

parto sacrificale d’umori montani

votati ad olocausto

      Rauche zampogne

piangono antiche filastrocche

infreddolite

per fragili finte opulenze

      Sui fiori effimeri

di notti ingioiellate

pioggia d’artifici

non rugiada di pace

      Gli uomini spauriscono saluti

infiocchettati

sotto abeti in agonia

malinconiche spoglie

con destino d’avanzi

per il risveglio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Crepuscolo

 

      Di già greve la vita

s’accartoccia

con rumor di parole

pietrificate

      Più crudele il tempo

m’ubriaca di luce

sapor di cielo

per lo stupore della grande notte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Virgo sapiens

 

      Virgo sapiens

nume tutelare

per cui ostendo

nubili d’amore

da soverchia fonte

inesausta

      Da comuni umori

vitali

s’alimenta il respiro

di che s’impietosisce

il tempo

e mi ti dona ancora

per mio ristoro

      Dea dei miei giorni

generoso tormento

      vivi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Airone

 

Immerso

in velate brume

color di perla

naviga

facile alato

airone

piumato pensiero

che s’invola e va

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Madre

 

In un grano di sale

in una finestra che s’apre

nel vuoto della paura

in un monito altero

nello sgomento della solitudine

ti riconosco

madre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Inchiostro

 

      Ampolla opaca

cela l’inchiostro

di che scrivo sgomento

il primo verbo

      Vivo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Soli

 

Soli

nei cieli

e sulla terra

soli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pace

 

     Dolce il sereno

quando la tempesta

dorme

così quando il pensiero è muto

la morte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Madre, potessi...

 

      Potessi renderti

ciò che m’hai dato

madre

ti renderei la memoria

perché ne senta

liete risonanze

e l’immortalità

in cui cercavo supplice

il tuo nome

      Potessi renderti

ciò che m’hai dato

madre

ti renderei le notti

ove mio padre te inghirlandava

delle sue debolezze

e le parole obsolete

di vecchie canzoni

sporche di guerra e di fame

      Potessi renderti

ciò che m’hai dato

madre

ti renderei

le veglie accorate

ed il tuo Dio

che di tua vita una

mi affrange

per grande amore

e per eterno strazio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marina

 

      La marina trasale

all’urlo del primo sole

arpionato

sui costieri profili

sofferti arenili

d’oltraggio profano

percossi

      Disgiunte fuor d’asola

ipocrite madreperle

discoprono remoti infanti

intemperanti

nell’immensa fucina

che untuosi odori

mescola svaporati

martirio e vanità

di carni vive

      Rivolteggianti

avvilenti lombate

scortecciano pudori cittadini

nei salmastri lavacri

così che raro

la battigia tace

per fugaci comete

che di sapienti malizie

hanno scia

      Un guizzo di pensiero

ed il frastuono

travestito da voci

ferisce il godere

e strali

più volte anagrafati

trucidano empi

della risacca il canto

      Disguisata distesa

traluce di punti

il mare

e s’infiocca di vele

e s’intaglia

di rumori e di scie

rimescola flutti straziati

e onde sgualcite

tormenta d’affanno

affioranti riverse scogliere

che attendono sere

silenti

e stelle

riflesse nel blu

      La marina sospira

se notturni languori

trafugano poesia

raggranellata dal tempo

tra sabbie discrete

giaciglio

d’amanti e d’eroi

      La marina sospira

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storia

 

      Fu vitale coraggio

tra fuoco e fame

nascere

e per nemico ignoto

danzare

sugli omeri materni

singulti e fughe

a tempo di paura

      e non viltà

sopravvivere

e rattoppare d’angosce

adolescenza matura

e seppellire

infanzia e dolori

nel primo amore

bruciato in fretta

      Urna cineraria

il cuore

serra antichi sgomenti

e duole in petto

per atro affanno

martire a lusinga

sugli scalini delle tentazioni

      Erte illusorie

tradiscono lievi ascese

così rifugge il senno

ardui d’alma ristori

e doni di pensiero

voti sacrificali

al lacrimante dio della saggezza

      Coraggio vile

e generoso rito di fuga

diserta il Tempio

che ad Afrodite erige

Ecate

e vani altari

bruciano lodi

sulle fiamme augurali

      Nei percorsi giardini

prodighi tralci

danno frutti succosi

a diuturna sete

che tattile arguzia

ad attinger promessa

dispone

      Ma a dorato cratere

non s’accosta labbro

ed altra mensa

avrà di dotta ambrosia

orgasmo

      Lacera sulla soglia

more mendico siede

prudenza

vilmente grata

d’ingenerosi avanzi

sulla prossima sera

      e spera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avrei potuto essere prato

 

      Avrei potuto essere prato

e offrirti ancora fiori

ed erba rugiadosa

silente di bruchi

e musici dal trillo salterino

a balbettar con ripetute note

tremule di passione

il mio esserti muto

      Avrei potuto terra nella terra

eternare di linfa

ciclico verde sereno

e paradiso

di fiori non recisi

Soffiar turgore vivo

e colori di festa

olenti dolci di malinconie

      Bieca pietà

rinserra segregati putori

e di recisa flora

triste morte intristisce

Ceri non sole

e non rugiada

pianto

      Tu accendi la memoria

e mi sia lume

poi tendendo l’orecchio con amore

con amore urla il tuo nome

nella valle dell’eco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vespero

 

      Ho visto amori

per addolcite note

ingermanire

di che talamo echeggia

mite a sobbalzi

e trafugar sorrisi

agli affanni

      Sui volti arati

seminare il tempo

granuli di nulla

ed inutili ansie di futuro

spegner perversa

la malinconia

      E poi fanciulli

ho visto giovanire

garrulo eterno

e rifiorire il melo

cui rapì scienza

prima la donna

      e specchi ciechi

vomitar prodigi

d’ipocrisie

per ripetuti inganni

      L’uomo tradire

      Prevalere morte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paura

 

      Madre ho paura

      Vile dolore

anzi tragedia

il mio

      Temo la notte

che al primo

dell’alba mia

sole

soffocherà il respiro

e temo

silente il gemito

smarrito

tra dilaniati stracci

d’animo ferito

      Nell’esecrato

orfano buio

illuda l’occhio

fino allo sconforto

memore raggio

fatuo riverberato

e vano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Presepio

 

      Piccole mani

per gioco

Notte eterna

eppure santa

      Finzioni

morbide ironie di muschi

allettano speranze

infantili fragranze

      Memorie

prezzolate cornamuse

aliti oracolari nella stalla

riconvertono il tempo

per gioco

      Inni

d’angelico silenzio

per solenne immaginario

a delusi pastori

pietrificano il passo

      A luci spente

in giaciglio d’incarto

statuine

rinnovano il sogno

di giungere alla meta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Diciott’anni

 

      Nel tuo sorriso

piccola donna

è il mio delirio

travestito da festa

      Giù per la gola

umori e vino

singultano

trafugati agli occhi

che dolcezza distilla

per celata dovizia

      Lieta sera

e compagni

premio di vita

di futuro son vaticinio

e lungi si trarrà

il pensiero

in solitari domani

prossimi e lesti

      Te

mia verità

di materia sublime

oggi pronuncio

e per civile impegno

all’uomo affido

oltre paterno affetto

      Me

mentitore

fradicio di gioia

trascino a notte

e invalicate cime

mistero d’anni

al mio sgomento addito

e m’allieta speranza

mentre mi parla un Dio

dalla tua carne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Compianto

(Per la morte di Don Francesco Siciliano)

 

      Per canti

incenso e dolore

respirano

le navate

      Preti oranti

alimentano ceri

e morte

      Immota

pallido amico

l’ultima pianeta

il tuo feretro gelida

stringe

non più di tua madre

rinsecchite

le mani

già serve di morte

padrona

      Elogi e lamenti

elevano strazio

carezza al tuo volto

nobile

di cera spenta

olente già di memoria

perché tu viva

passeggero del Tempo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era mia madre

 

Come un uragano

il Tempo

me l’ha portata via

ed il Tempo non torna

Il dio della memoria

me ne dona sembianza

e l’eco ne assottiglia le parole

disperse al vento

Il calore d’un letto appena vuoto

la sua ultima culla

avrei gelosamente serbato

per i miei pochi inverni

e il profumo dell’ultimo respiro

rapido e vano

Sulla pietra

che ne ricorda il volto

ed il sorriso

un cenno: «Era mia madre»

 

 

 

 

 

 

Inizio sezione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sez.2  -  SEGMENTI

 

 

 

 

 

 

 

 

BREVIA

SEGMENTI

POLEIS

RIVERBERI

QUINTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Utopia

 

      Io t’ho sognata

bella come un’utopia

      Prima tra le ninfe del pensiero

m’hai colto il senno

e come fauno folle

t’ho amata

      bella come un’utopia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A sera

 

       Turbini di pensiero

afflati vorticosi

tempestano la sera

che spaurita e nolente

si rivolge a notte

      Paludi salmastre

d’obliati pianti

illudono riflessi di luce bassa

sull’orizzonte che cresce

per lievito di tempo

      Empite il mio cuscino

di petali

dei fiori del ricordo

e la mia carne morda

un sudario di spine

      ma nel mio cuore un seme

conficcate di mela

che inviti

a nuovi inobbedienti desideri

ed all’amore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Palafitte

 

      Palafitte ho piantato

sulle rive d’ogni fiume

per le piene voraci

degli inverni

      Della prima non resta

rarefatto obelisco

che il primo legno

sul fondo trafitto

      strale testardo nel cuore

del mostro che mi tormenta

      Memoria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piacere

 

Dolce brinare

per amate plaghe

caldo

liquore d’anima disciolta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Essersi amati

 

      Mi sentivo beato

d’esser preso per mano

da tue parole accorte

eppur calde di stupito rancore

e dolce trascinato

incredulo riadolescente

lì dove insemprato pulsa

il cuore della memoria

      Rinverdivo fanciullo

sui ripercorsi sentieri

ove s’aprivano fiori

come baci carnosi

e le sorgenti sgorgavano risa

per la mia sete

di giovinezza

e la tua

      Neghittosi destini

parassitavano

i fragili germogli

delle nostre speranze

ora mute

da cui sciamano

frotte di mutevoli irrealtà

come sospiri affastellati

nel grembo di notti non nostre

vegliate per nessuno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nebbia

 

      Volatili opali

di madido respiro

terrestre

restano

fumiganti rigori

su tepori rosati

incarnati

tra vapori di tulle

come veli sapienti

sulle mute malizie

di seminude acacie

      La città si raccoglie

bisbigliando più cheta

rallentati rumori

nelle sue vene d’asfalto

      Nel palmo d’antica piazza

amichevoli voci

calpestano piovute pozze

nel mattino che invecchia

tra sussulti d’ansia

ignota

e liete giostre verbali

      Al crocevia

dove il passato geme

crocefisso sulla memoria

      nebbia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sogni

 

      Leggero il cielo

abbassa le sue palpebre

sul languido orizzonte

e sensuale accoglie

il bacio della notte

tra distesi abbandoni

      Vaticini di sogni

conturbano vestali nude

nell’immoto travaglio

del sonno

dimensione di altra verità

che vita ultra

lusinga

tra segrete danze

di corporei pensieri

e maturano semi di rugiada

per lo schianto di luce

che ci spaura

miracolati di nuovo mattino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Assedi

 

Giammai le notti

bevvero calore

dai fuochi degli assedi

ove lingue di fiamma

cercano falene

per il bacio mortale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Profumi

 

      Divoro il tuo baciare

raggomitolato sugli spasmi

dei miei desideri

e cingo le tue mura

gemmate

d’affannoso assedio

      Tra i tuoi profumi

altri tramonti

fiaccheranno le luci del giorno

al di là delle imposte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Soleggia

 

      Soleggia come s’ama

in questo giorno acceso

ch’è nostro

come ciò ch’è tuo e mio

      I fuochi astrali

dietro veli azzurri

tacciono

ridenti ad altro cielo

      Nei nostri corpi

un cenno di divino

segna

l’umano che trascende

      così soleggia

come s’ama

      in terra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Metafore

 

Corolle

schiuse

a lieve soffio d’ala

tènere

sanno

lepidotteri rosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Coni d’ombra

 

      Coni d’ombra

buchi neri

bacano la luce

del mattino

sulla pallida via

      Vite dilapidate

su e giù per gli umori

latrano al sole

adolescente

      e le tue mani

spendono amore

sulla mia pelle

tra ludi d’avarizia

opulenta

e dolci parole

      Sull’uscio

i nostri coni d’ombra

odorano di notte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primavera

 

      Lacrima primavera il cielo

sul verde ferito

dagli anemoni

tumide stelle di prato

     La siepe smerletta biancospini

da ossuti rami

e sulle ripe

pavescono lievi olezzi

      Celati

i tuoi profumi urlano amore

per cui non nega il sole

ai nostri stami

polline maturo

      Lacrima primavera il cielo

sul respiro terrestre

che mi ravviva

      E t’amo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Notte

 

      Illividisce il fiume

nella città dismessa

e congettura

amori canaglieschi

tra le pile dei ponti

      Freddo sudore

sulle antiche pietre

bieco riluce

di dolosa notte

che il gorgo trascina

fino all’ultima ombra

      Radi rumori

rotolano lesti

tra vicino e lontano

fino a far dell’attesa

ritorno

      Il tempo

soffia favole nei sogni

e scorre

sul greto dell’universo

oltre la luce

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rivo

 

      Crotalo antico

suona

felpando nacchere andaluse

l’acciottolio

dolce a lusinga di muschiate ciglia

verde ciniglia

d’onda cristallina

docile schiava

reclina

      Per alpe

giochi d’acqua

tra brevi salti

rincorrono se stessi

e giovanili scrosci

crescono fiume

      Poi tumultuosa

e ratta come la vita

la cascata

e l’Universo freme

d’armonia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donne

 

Per alito di tempo

donne caduche

generano eterno

tra vita e morte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Shahrazade

 

      Sinfonia mediterranea

d’appassionate dolcezze

la tua voce

ambrata

ti dissolve le vesti

e la tua pelle

d’orientale velluto

svela

mia Shahrazade

      E  mille favole

sul tuo respiro

narreranno

i silenzi d’una notte

ladra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tauromachia

 

      Non già colpo di spada

      colpo basso

per l’inconscio animale

      ed al campione

non dedicato scampolo omerale

la madrina promette

      ma orgoglio d’inguine

raffinato merletto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amori alati

 

      Ozi femminei

volti a leziare

epidermici nessi

tra balsami leggeri

primavera

asseconda

      Evolute corolle

disegnano ondare d’elianti

tra verde e sole

cullando sui nettari melati

inquiete libido

d’imenotteri

      Te ansimante

compiace primavera

di lieto affanno

furtivo

fra stridio di balestrucci

che appende alle grondaie

calde conchiglie

di fango

per alati amori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catarsi

 

 

Novello infante

a fonte colostrale

esulto

e mi abbandono

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fuga

 

      Laggiù

ove il senno trascolora

Ero innalza

vapori di follia

      Sui deschi azzurrati

d’arte damaschina

svuota la sete

coppe di merletto

color pervinca

      Va per noti sentieri

irriverente mano

e strappa il canto

di che danza Lussuria

sulla soglia dell’antro

sibillino

      “Ibis... et redibis...”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tempio

 

      Scogli trinati

versi d’antico acanto templare

      e respiro di flutti

che v’infrangono eterne danze

tra sirenici echi

      Cerulei altari

per sacrali fiamme

solari

      litorali grani

d’oro votivo

      e una fragile

rilucente

Venere di cristallo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Volo

 

      Pensieri

che vangano

le grigie muffe

d’inutili storie

trasentono

uccelli notturni

e lor nenie funeste

che pur secondano

colpevoli sonni

      Carni deserte

bruciano

nomadi lusinghe

per deserti affetti

e tra le nubi

un volo

traduce eco

d’estrema viltà

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Telefono

 

      Sobbalzo

al trillo

che frantuma il silenzio

disseminando

i cocci dell’attesa

      Pronto! ...

      E sul filo

il fuoco

che arroventa le parole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Frumenti e sole

 

      Frumenti e sole

tra gli ulivi

e le pietose zolle

gonfiano fiori

tersi

      Cedono ai tuoi colori

dolcemente supini

turgidi steli

giovani d’umori

franti

      Lieto il cielo

ridente vi s’adagia

alitando respiri

da ponente

      Io

il tuo cielo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Romanzo

 

      Fra le pagine d’un libro

incontrarsi

e tra siepi d’inchiostro

svelare labirinti

di suoni antichi

per parole nuove

      Mano a mano

ripercorrere profumi

forti come paura

che il passo scori

nel mistero

di viali interrotti

      Poi ristori di luce

e suoni

dolci come inganni

si che il pensiero

non regga il passo

e voli

      All’estrema voltata

il desiderio

dissenna per talento

che non colga ragione

il dramma

del vuoto oltre la fine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Favola

 

Cullato

da alba ninfea

specchiato ranocchio

sogna ondeggiante

magici baci

di principessa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Celebrazione

     

     Donna

per darsi

come conchiglia sul litorale

che mano curiosa rivolta

e sagge dita

percorrono

sinuosa e lustra

bella

      Donna

per darsi

sottile dissonanza

di complessa armonia

che rara intesa

delizia

ed altezza non coglie

altro sentire

      Donna

per darsi

come ambrosia a fame

o per trasalimenti

velati nel sorridere di ciglia

onde l’anima canta

preludi

e si discioglie in gioia

      Donna

per darsi

come senno al folle

o seme di follia

in presunta saggezza

o lenire vecchiezza

lusinga

che alunna ha speranza

      Donna

per darsi

ladra di poeti

tela incarnata o pietra

gesto bronzeo sensuale

da cui non urla

amore non tradito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sogno di aratura

 

      Sogno di aratura

      Ripercorso

umido solco

già cedevole a vomere robusto

generosa semenza

lietamente supino

inghiotte

      E sciama il tempo

brusio d’ansie sottendendo

e di giorni

poi che vita è donna

e gonfia il petto

come la marea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Silenzi

 

      Quasi affranto

denudato silenzio

muto anse supine

amabili sofferme

giace

e lieve sera

per docile respiro

svaporata intepida calura

      Paghi dintorni

e cinguettato silenzio

oltre arboreo frinire

allettano

frescura di stelle

      Nell’aria

un addio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mediterraneo

 

      Tra i fichi

addolciti dal sole

deflagrano baci

assordanti

come esasperato frinire

di assurde cicale   

      Canicola

      Il tuo corpo

è ristoro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sera

 

      Smarrimento

e sgomenta dolcezza

     allucinato

tenero abbandono

e delicato sapore

di pioggia

      Tintinnio

di rosata porcellana

in mano rude

      temerari sospiri

e scrosci vespertini

a trafugar sorpresa

d’annoiato cortile

      echi disciolti

in tenebra leggera

      poi lunga notte

      aurora

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Genetliaco

 

      Dissennate parabole discinte

in fioco lume

indovinavi

narrate per silenzi

      Ora fossili vivi

nelle età percorse

verdeggiano

per non vissuto tempo

e amaro tace

il tuo parlar lontano

di presenti angosce

      Assennate parabole sommesse

in rosso spento

ascolti

per abusate rose

      Pochi adusi sorrisi

e nostalgia

di gioventù tradita

nelle coppe augurali

per solitario brindisi

intiepidite

stanno

      Un genetliaco folle

      Buon compleanno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

02.12.1994   (Taormina)

 

Nel giardino la luna

 

Nel giardino

la luna gracida

da una pozza erbosa

nenie imporrite

sopra l’agonia

di un bacio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Similitudine

 

      Tesa

la tela del ragno

e vibrante

ad alito lieve

      Caldo

un respiro di angeli

sui pensieri d’un fanciullo

      Donna

la terra autunnale

impaziente

come la luce dell’alba

      Disteso l’oceano

e fremente

tra brividi di spuma

      E tu sparsa

per lo scroscio d’amore

che da me si piove

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rivisitazione

 

     Avessimo rapito

di saggezza

un atomo ferito

ululati d’orgasmiche tempeste

udremmo ancora

e melodie

vestite di tua voce

nel turbinare

mi sarebbero appiglio

     Sapore  ho perso

e vorrei ricordare

d’orali umori

     Or che rada ruga

l’universo nasconde

che alle mille stelle

dei nostri giorni

nulla ha congiunto

manto d’amor perbene

passione antica

mal cela

e profumo di voglia

sospinge il vento

dal lontano tuo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Va’ peregrina mente

 

     Va’ peregrina mente

per ignare balze

né ti sofferma

ma con me t’innamora

     Serene lande

lietamente sommuovi

e svela estate

ove ignota langue

per triste inverno

     Va’ peregrina

né volgere sguardo

su percorse strade

ove deserte orme

tacciono tristezza

     Memoria è bruma

d’ogni mattino

nelle inquiete valli

     Il presente è finestra

per croste angusta

di spietato tempo

     Va’ peregrina mente

acuto sguardo

di senno cieco

né pietà ti trattenga

     Viola inani sopori

     Tu stessa carne

com’antica dea

brucerai carni

e su talamo altare

fiacca per voglia

vano pentimento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immersione

 

     Abissi

sull’orlo dei tuoi panni

come il futuro oscuri

d’un mentecatto

     Nondimeno mi sporgo

d’inconscio affardellato

torpido il desiderio

eppur proteso

di lenta risalita

     Parole a gorghi

disperdono bolle

d’affannosa fatica

per assurdo gioco

     Apnea

per rarefatta attesa

l’urlo dilania

della città spietata

     Schegge di senno tradito

graffiano  tra le dita

 come artigli d’arpia

     Rotola il capo

dell’amore mozzato

sopra iraniche trame

e ricomposta maschera civile

indifferente amaro volto

sottende

dietro il boccascena

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sortilegio

 

     Poter sapere quale sortilegio

ravviva i tuoi trastulli

e svincolare il capo

cattivo di sinuosa follia

     Temperie d’osculanti moine

più vera serba

a giochi non virtuali

e allitteranti nenie

che istinto volge ad armonia

soffia con arrochito vento

dal tuo cuore deserto

     Ora nebbia montana

come fumosa taverna

plagia vapori odorosi di menta

dolcemente alitati

e il palmo alletta e svela

docile alabastro

     Oh se era nido caldo

 il nostro stare

     Li ove la stagione

intirizziva sterpi senza piume

e dita ansiose tramavano intrecci

sempre nuovi d’effimero vigore

intrigava  il sortilegio

rari penduli brani

sulle siepi castane di foglie vizze

     Io t’amavo

e i tuoi sapori m’entravano nel cuore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donna di carta

 

     Fiotti di parole

vanno

per intricate vene d’inchiostro

     Effimera diastole

che non gonfia il cuore

mia scarabocchiata donna di carta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’orto di Carmelina

 

     Declivio d’orti oltre il meriggio andato

     Contrappunti di sole decadente

tralucevano da tremuli intrecci

sbrillìo di lampi sulla granucola dei sassi

mutevole dispersa sul tortuoso sentiero

     Filastrocche di solchi rimavano

sofferti versi d’epopea villana

    Cantilene di verde gridate da terra molle

e impalati baccelli rampicanti

donavano profumi agresti

al sanguinante sapore dei gelsi maturi

sulla tua bocca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vent’anni

 

Con te

ho avuto vent’anni

e non dimentico mai

di ricordare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eri come il crepuscolo

 

Eri come il crepuscolo

che soffiava sul viso ad occhi bassi

i suoi vani pudori

Alcuna ombra né veli sui tuoi pallori

Scandiva il tempo

tra ghirlande di siepi il pulsare

esagitato del sangue

Il mio tacere abbracciava il tuo silenzio

docile d’arrendevole attesa

Il mio cuore giocava ancora bambino

         Ed era festa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Canzone

    

     Note palpitanti tra i legni

d’antica chitarra

vibrate lusinghe

strappate da mobili dita

che parlano al cuore

con voci di corda

     Abbracci d’accordi

e silenzi per calde emozioni

e prepotenti languori

tra sofferte ambasce

sgretolanti il pensiero

in mille parole

     Va carezzante mano

per musiche brave

che il cuore indovina

poi che i confini dell’anima

il vento di frasi liutate percorre

per agile plettro

     Spalancata la bocca

d’appassionato abbraccio

canta il legno il lamento

tra cuore e mano

e la canzone si mescola

ai desideri

     Poi s’intristisce e tace

per ricomposti silenzi

tra legno e cuore

trascinati singhiozzi

e un dolce tonfo d’abbandono

     Il dramma cade

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Senza titolo

 

Avvolto nel tuo pensiero

ne accarezzo impenetrabili

le trame e calde

le mobili volute mi tacciono

per esultanza

Irrequieti peccati d'ambizione

assedianti sospingo

sotto le tue mura

per antico gioco senza parti

né vittoria

Aureo mi perfonde lo sguardo

che non muto mi coglie

trasgressivo severo adolescente

prigioniero d'implacabile intrico

di giorni

Affilate lame d'abili parole

tu vibra sottili

ché opportuna breccia

brava m'induca

ad illusoria fuga dal tempo

e costumata scena ci esalti

dietro un sipario chiuso       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesca

Cieli stracciati

d’autunno tardivo

Brani cupamente logori

dispersi al vento

schiaffeggiano le cime

dei colli sull’orizzonte

intristito

Vano guardare lontano

tra fertili pensieri

a larghe trame intessute

di rauca tristezza

Solo strade rilucenti

di pioggia

Rotolante fruscio di ruote

ristagna

in ottusa eco

Per l’etere

una voce metafora di luce

m’irradia

E splendo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Madreperla mediterranea

Madreperla mediterranea

sulla spiaggia di Tindari,

riversa al sole, padre

di sapori isolani,

abbandonata

a rivenienti lembi di schiuma

come cosa smarrita,

racchiude l’anima del tempo

nelle cose non dette,

mentre pensa evasione,

bella e cattiva,

la sovrana energia della natura.

Mito tra i miti,

il sacrilegio di coglierla per caso

tra schegge di luce

sparse come i frammenti

della volontà

e strapparle dal cuore,

con gesto antico,

la sua perla nera!

 

 

 

 

 

 

Inizio sezione

 

 

 

 

 

 

 

 

Sez.3  -  POLEIS

 

 

 

 

 

 

 

 

BREVIA

SEGMENTI

POLEIS

RIVERBERI

QUINTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il potere

 

Sul viale degli Allori

vendeva catene

per i suoi profeti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia città

 

            La mia città

respira santità di maniera

goffa

come parole zoppe

che portino a spalla

verginità di meretrici

      La mia città

respira polvere di palazzi

feriti

morenti tra ruffiane giaculatorie

dei preti di Palazzo

forti d’utile sacerdozio

      La mia città

respira nuove baronie da cortile

investiture

solennizzate a grimaldello imposto

sull’omero sdrucito

ossuto come di bestie da rapina

      La mia città

respira ormai a fatica

oppressa

da violenza d’illecito diritto

impunito per vile silenzio

      “jus primae pecuniae”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Parassita

 

Vive nel pelo rado

di sonnecchiosa bestia

infastidita

e doma tuttavia

che immonde zecche ostenta

quasi perle di fiume

e langue

e ringhia al disinfestatore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dedicata

 

Piccolo inutile

ladro

seduto sul cadavere

della sua coscienza

depone

inutili fiori

d’infantili innocenze

sulla lapide d’oro

che denuncia il suo nome

a memoria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia terra

 

      L’oro della mia terra

è nei frumenti pettinati dal vento

irrorati dal rosso sangue

di papaveri a distesa

firmamento di fuochi fatui

accesi da scintillio di vomere

      Sudore contadino

è la brina della mia terra

selvaggia come fiera braccata

nello steccato di croci violente

confitte nei crinali dei monti

atroci come carni suicide

      Sinfonia di superbe dissonanze

le voci della mia terra

fiero crudele disperato canto

d’uomini oltraggiosamente traditi

di giovani che invocano il riscatto

e di fanciulli ignari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Resurrezione

 

      Ho pianto

sull’orlo della mia bandiera

come infante affamato

sul profumo dei panni colmi

di mia madre

che s’aprivano caldi

sul mio divenire

      Brevi pennoni e poco vento

ne sostengono l’ala

tricolore

      Vorrei che un soffio uno

d’italico respiro

ne stormisse i colori

per altra gloria

      Resurrezione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bosnia

 

      Cieli

ove il tuono è carezza

     Terra

ove grida di bambini

han compagna di giochi

la morte

      Parole

di nuovi retori

che balbettano speranze

con il silenzio

di mestruo violato

      Corpi

dal precario respiro

per fugace dono di vita

      Sangue

sui solchi delle strade

arate da vomere

di piombo

      Fame

che attende mensa

di libera pace

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Seconda Repubblica

 

      A destra

con destrezza

s’addestrano

per essere più destri

     personaggi sinistri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricostituente

 

      Per salvazione

germani

addottorati per barbaro sapere

nel sabba del potere

distillano la magica pozione

      Nei ciechi calici

lieti levati a settentrione

il trittico pensante

effonderà veleno

“ricostituente”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Primato

 

Occidente per accidente

pallido teorema

del croma planetare

cerca

la superficie della sfera

nel formulario della solidarietà

e in assetto di pace

insanguina d’amore

il suo diverso

nemico per la pelle

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Calabria

 

      Sa di terra

Calabria

di zolla franta

nella morsa callosa

di mano rude

      Sa di terra

Calabria

che trasuda verde

sul suo pube ruggente

di rorida selva

      E sa di mare

salso condottiero

di saggezza e servaggio

lavacro

di colpa inestinta

omertosa viltà

      Sa di mare

come amo inescato

tra scogli e marosi

relitto

di reo naufragio

per maldestro nocchiero

      Sa di terra e di mare

Calabria

e ha labbra screpolate

dal vento del deserto

che cisalpino disdegna


      Sa di terra e di mare

Calabria

e aborte sangue

di doloso incesto

per infida fratria

      Sa di fede

Calabria

genuflessa ma fiera

malapianta d’amore

e di pensiero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si

 

Gote rosa

di goti neri

sorrisi

che cementano potere

muri per l’altro

e sbarre

tra Pensiero e No

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Naufragio

 

     In suoni atroci

naufraghe parole

boccheggiano

     Relitti di pensieri

oscuri

danzano tetri

sui marosi opachi

dell’improbità

     Folli aggrappati

su forzieri vuoti

urlano

prepotenze in doppiopetto

retori infidi

dalla voce ladra

     Vibra nello sconcerto

attesa

di salvifico frangente

 

 

 

 

 

 

Inizio sezione

 

 

 

 

 

 

 

 

Sez.4  -  RIVERBERI

 

 

 

 

 

 

 

 

BREVIA

SEGMENTI

POLEIS

RIVERBERI

QUINTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I

 

Sugli echi plana

di voce remota

leggero come ala di farfalla

antico palpito sopito

Sotto smentite gote

l’urlo s’infiamma delle tue paure

e il desiderio scorre

fra la tua pelle e te

Gonfia sui nostri tralci il Tempo

voglie mature

in questa primavera

calda come il respiro

che amabilmente  adulti

tende i tuoi seni

Tempo è di raccolta

e canicola induce a refrigerio

Porgi il cratere

già la sete impazza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II

Sorge dal tempo

e si converte in alba

il lume del tramonto

Appariva perduta

la sanguigna cometa

dietro un muro di notte

ed annaspava il senso

d’esser noi parte

di ciascuno di noi

Avesse il firmamento

alitato su noi parole notturne

della mia estasi

avrebbe la tua pelle gridato il canto

Ora è calda la sera

e non riposa su ciò che appare

poi ch’ogni stella brucia

sui nostri corpi

come dolce inferno

Nei focolari freddi d’abitudini spente

recondite scintille celano luccichio

per nuove braci

di che s’infiammi un rogo

sì che tizzoni ardenti

ti sconvolgano il ventre

Già irride il sole storie bugiarde

che per destini vita racconta

Noi sornioni profeti

cantiamo il Vero

in pagine non scritte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III

 

Nel silenzio amico

crepita l’incendio

del mio cuore lì

dove finisce la mia bocca

e comincia la tua!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IV

 

La prima stella sopra l’orizzonte

e nei miei occhi i tuoi seni

gonfi d’armonia

Sul mare dondolavano canzoni

ed il tuo riso

denso di paure

lacerava il crepuscolo morente

e la mia gelosia

La  tua pelle stupiva la mia voglia

d’impudica forza

Vana energia

tormentavano vesti aguzzine

carcerieri crudeli

Amavo il tuo calore

come il ceppo la fiamma

Il mio cuore pulsava desiderio

Le mie parole non avevano voce

che per vane ironie

senso serbando per mute intese

di loquaci pupille

per sera languide

e nascosta tristezza

Notte immolata

per sacrificio pagano al dio

della Crudeltà

che tu vestale adori

per mio tormento


Era veste di spine ogni danzato abbraccio

sangue i lampi di luce

sul giardino di fiori tramati

avari custodi

delle tue carni

Perduti sonni ed amari risvegli

sono i tuoi doni amari

che accolgo tuttavia

poi che vita è crudele

come i tuoi timori

Ho deposto per notti

i miei dolori

su un altare senza dio

e tu non c’eri

Ombre nella mia stanza

sono i pensieri miei

a sembianza di te

Amo per ciò la notte mentitrice

e le sue brevi effimere fiabe

Crudo sicario è il giorno

di speranze e di sogni

Nutro l’anima mia di fugaci carezze

e il ricordo d’un bacio

per cui dissenna ogni pensiero

D’altri trionfi Amore

si glorifica pago

e i tuoi fiori han profumo

Fanne un serto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

V

 

Stranito concerto di stelle

abbraccia il mio pensiero

in questa notte sola

Ogni luce una parola

ogni brillare una nota

ogni pensiero un fremito

tra opachi rumori lontani

E questa notte nuda

langue senza un sospiro

un sussurro un sorriso

Tu soggiaci lontana

t’apri a solite voglie

e notturno costume secondi

in questa notte amara

Con lieve battere d’ala

al destar del mattino volerà via

discreto il mio pensiero

appollaiato sulla tua finestra

con sofferto languore

in questa ipocrita notte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VI

 

Lieto e tuo rimbalza il riso tintinnante

come piccole sfere di cristallo

che dispersi bagliori d’echi

scaglino inquieti nella mia stanza vuota

mentr’io vezzeggio i miei pensieri

dolcemente intricati

come un cesto di ciliegie mature

che alle labbra tue lievi dischiuse

strappino libido

Caro m’allieta il senso d’affettuosi

nomignoli che traducono amore

con verbali carezze

e catturata la mia ansia ti fruga

fin nel respiro

Adoro le tue mani cacciatrici

delle mie emozioni

amo le renitenze dei tuoi fianchi

debole sospinti per vinto desiderio

beato d’amorevoli umori

traboccanti piacere

Sulla tua pelle il segno

del tuo essere donna

e sulla mia l’angoscia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VII

 

Il tempo stamani

frantumava i minuti

come macina folle

in frammenti d’angoscia

e il giorno dissolveva

mesto sublimando

poi che tu mi tacevi

da ieri

Scompigliava il vento

disordinati pensieri

impigliati tra i  rami

del tuo giardino

ove spine soltanto

per gioco perverso

a me danno i tuoi fiori

ch’altri coglie distratto

per distratti sospiri

Ora un timido raggio di luna

lacerando la notte

specchiata sul mare

m’induce per lieve risacca

a sognare

Rimani stanotte

e per sempre

voglio abitarti

come una città

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIII

 

     Per mano siamo giunti sulla soglia

oltre la quale il sole

è una piccola stella

     Soffermàti sull’uscio

con sofferto timore

ne tormenti la chiave

mentre ristà la marea di silenzio

che ogni vana menzogna sommerge

     Lievi trame gualcite

per mano irrequieta

sottendono brividi attesi

     Fra le tue dita freme

il mio folle turgore

mentre l’ora col sole

il mattino assottiglia crudele

     Il commiato è tormento

poi che s’apre la scena

per le repliche usate

     a soggetto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IX

     Spalàncati

E gonfio di piacere divorami

fino all’ultimo brano

     Nel tuo giardino

ebbro di rugiada

danzerò primordiali movenze

per il cinto d’Afrodite

al tuo canto lacerato

di cerva trafitta

     Ora cielo ora terra

s’apriranno ai tuoi occhi

come lampi in bufera

di sensi

e nuda pelle sotto carni nude

troverà ristoro

     Apriti

e come siepe estiva

i rami tuoi con i miei tralci

caparbiamente inserta

sì che il prossimo inverno

innevi inestricabile corona

     Rimani

E corruttibile radice

dalla vanga del tempo

premurosa proteggi

fino all’ultima ora ingenerosa

or che autunno ancora

per calda linfa

gonfia frutti maturi

e ci consola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

X

 

A fiotti

come vulcano impazzito

gelosia dilaga

per occhio truce

si che morde il cuore

parole di vendetta

e calpestate dolcezze

miste stamani a scrosci

di nera pioggia

Eppure la veniente notte

mi trascina furente

sotto il lenzuolo di che soffri calore

E la tua pelle

impietosisce ogni rancore

come un canto pagano

che al tuo Dio squarci il pensiero

come velaccio in mezzo alle tempeste

e ne disperda il senno

in briciole di stelle

sciamanti nel tuo cielo notturno

per mormorarti amore

Più profonda tra l’ombre

che la tua luna staglia

è il dubbio ove ti sperdi

per oscuro diletto

stordita nelle confuse trame

che solitudine tesse

per ricusati eventi


Serena distendi su trascorse stagioni

un velo di presente

si che vaghi contorni ne colga

malinconica tristezza

e godi

oggi

e per sempre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XI

 

Quasi astronauta

sogno i tuoi pianeti

tra galassie di trine

ove dritto e rovescio

comunque sono dritto

e bene e male

perdono concetto

Lontano il mondo

sfuma nell’universo tuo

che ampio dilaga

fino ai confini del pensiero

Occhi come stelle

e mani che sanno parlare

tacita eloquenza

Della tua bocca i doni

di nuovo sole hanno calore

per nuova vita

di che godo turgori

Ogni silenzio è canto

nel vagare spaziale

lieve

(se lieve è darti amore)

eppure greve

come il soffrire

di che si nutre ogni felicità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XII

 

Oggi ti dico

sei il mio alfabeto

anima schietta della mia parola

e suono vivo d’ogni pensiero

ove saggezza e follia

non si disgiungono

se non per letterario gioco

Tra calde frasi brevi

configge il tempo ladro

lunghe pause sofferte

ove il silenzio è dramma

e tace il levigato verso

del tuo seno di seta

l’umido dolce frasare

della bocca dischiusa

il periodare acceso

del corpo inquieto

Così la favola

quasi per balbettare adolescente

si racconta inattesa

su mattutine pagine schiuse

ove componi per magia

tenere frasi per parole rare

mio alfabeto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XIII

 

Natale

Vorrei essere

pastore sul muschio

del tuo presepe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XIV

 

Un giorno forse

t’offrirò un ramo di spine

perché ne sappia

amare

sottili acutezze

E forse sale

quando avrai sete

E veglie

per le notti più nere

Un giorno forse

t’offrirò parole d’ira

e altari adorni di rose gialle

bruceranno ingiusti pensieri

per infauste note

E la tua pelle arderà

d’amore selvaggio

e la tua bocca suggerà furori

e le tue dita artiglieranno pietra

ché persino l’amore

ferito sa ferire

amando

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XV

Ti festeggerò come donna

su un letto di mimose

e poi che festa è luce

t’accenderò come mille candele

di cera carnicina

In fresche coppe di seta

fino all’ultima goccia

brinderò coi tuoi sapori

alle rare stelle disperse

come perle di rugiada

sullo stipite socchiuso

della nuova primavera

 

 

 

 

 

 

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Sezione QUINTA

 

 

 

 

 

 

 

 

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QUINTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Auguri

21 dicembre 1999

È tempo

Prima che la rugiada

adagio si diradi

sull’erba intirizzita

alita tra le mani

una parola calda

e lieve una carezza

sul volto di chi vuoi

tenera deponi

Distendi sulla bocca

un velo appena

di sorriso

come lume di candela

tra i barlumi opachi

del mio Natale

China lo sguardo

e per un attimo

innamora un pensiero

oltre il reale

Sussurra sulla tua pelle

segreti desideri

e un nome

per un brivido breve

sotto il vischio augurale

dell’anno zero

Poi dimentica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rinnovata attesa          …..e per tutte le sere

 

    Sguardi come flagelli

Il pensiero ferito sanguina

parole

calde

dolente rannicchiato 

tra buio e notte

nei silenzi

che nome danno all’attesa

    Oltre la pelle

sa di vero il sogno

che mai dissolveranno

le luci del giorno

ed è concerto il lacerante scroscio

che da nubi squarciate

precipita la sera

su terrene follie

poiché seduce

ciò che induce alla veglia

    Ai confini del senno è la soglia

del cielo

già che dissennatezza

è armonia

come le tue parole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sguardi

 

Sguardi come flagelli

Il pensiero ferito sanguina

parole

calde

dolente rannicchiato 

tra buio e notte

nei silenzi

che nome danno all’attesa

    Oltre la pelle

sa di vero il sogno

che mai dissolveranno

le luci del giorno

ed è concerto il lacerante scroscio

che da nubi squarciate

precipita la sera

su terrene follie

poiché seduce

ciò che induce alla veglia

    Ai confini del senno è la soglia

del cielo

già che dissennatezza

è armonia

come la tua voce

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

…………………….

 

...ed io guardavo le tue mani

posate

in negligente attesa

di una sera e pensose

sulle docili ginocchia

ora raccolte

     Agili le dita e lievi

come pensieri

divertono lo sguardo

al di qua dei segreti

che costumata seta

raccoglie

     Sottili la sera bisbiglia

profumi e sorrisi

per gioco

che vaga eleganza conduce

discreto

per indiscreto pensare che ha forma

e libido

     Ora docile la notte

sotto il cielo in attesa

si adagia

ed i dolci declivi abbandona

alla carezza che si fa cosa

e la pervade…

…in delirio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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